Dal Mozambico: sentirsi, a piccoli passi, parte del puzzle

La comunicazione non è mai stata il mio forte, anzi diciamo piuttosto che è sempre stata il mio punto debole, ma, dato che la comunicazione è informazione e l’informazione e’ essenziale per la perpetuazione del servizio civile, mi ero ripromessa, nei giorni di formazione a Cuneo, che quest’anno avrei cercato di lottare contro questa mia inettitudine.

Dopotutto il servizio civile è un’esperienza che ti forma a 360° gradi, che ti fa roteare attorno ad un mondo completamente nuovo, professionalmente e socialmente, con una forza centripeta che ti porta ad entrarvi dentro, volente, più che nolente. Ed è così che impari lentamente a rapportarti con le persone, le situazioni e la quotidianità e rapidamente a reagire agli imprevisti, alle vicessitudini e ai contrasti culturali. Ed è così che ti metti in gioco con le sfide nuove e con quelle di sempre.

Appena arrivati, ovviamente, l’entusiasmo predomina e ti porta a guardare il diverso con ingenua curiosità. Poco a poco poi il diverso diventa normale ed è lì che lo spirito critico sguscia fuori da una corazza di pre-concetti, accompagnato dal desiderio e dalla necessità di condividere i tuoi pensieri per cercare di capire, capirti, migliorare e migliorarti.

I primi mesi sono stati sicuramente faticosi. Riuscire ad entrare in un progetto con numerosi attori coinvolti, in un temporaneo momento di empasse, completamente ignara delle dinamiche e delle regole da seguire e del tempo che avrei impiegato a capirle, è stato come avventurarsi su un terreno sconosciuto. Anzi è stato proprio come imparare a camminare e a muoversi per questa città, proseguendo a piccoli passi con lo sguardo rivolto verso il basso, tentando di evitare le buche e i tombini aperti, chiedendo continuamente informazioni per le direzioni e le scorciatoie, per poi finalmente poter distendere il collo ed avere quella disinvoltura e sicurezza, che ti fa avere gradualmente un orizzonte più ampio. E ti permette di ricomporre il puzzle. E di sentirti parte di esso.

Il tutto è stato farcito da missioni, viaggi e visite di posti e realtà che mi piace definire,“detergenti. Sono quei luoghi che depurano dall’inquinamento ambientale ed acustico di Maputo e rigenerano ogni volta. Primo fra tutti i posti il Parco di Zinave, dove ho avuto la possibilita’ di incontrare le persone che vi vivono, in un silenzio a me fino ad allora sconosciuto, interrotto dai singhiozzi dei bambini spaventati dal rumore delle rare auto, dalle risa delle donne accovacciate attorno ad un fuoco aspettando che lo xima si cucini, dal ruminare di una capra che strappa le erbe affamata o dal richiamo che alcuni bambini-pastori lanciano al proprio gregge di capre e vacche. E anche tu diventi parte di quel silenzio e, incapace di comunicare in qualsivoglia lingua a te conosciuta,  ti ritrovi ad osservare la vita che scorre con un sorriso da ebete sul viso, mentre alcuni ragazzini ti fissano e ti studiano convinti che tu non ti stia accorgendo della loro presenza. Mentre i pensieri si affastellano e gridano nella tua testa.

E di colpo ti ritrovi invece dentro un hotel a 5 stelle con vista lago e con inclusa piscina a bordo lago (assurdità del concetto di lusso!) ad ascoltare gli interventi dei rappresentanti dei grandi donors internazionali, o del ministro x o della World Bank che tentano di ragionare sul programma di sviluppo ecologicamente sostenibile delle stesse persone che avevi attorno qualche giorno prima. E pensi a quanto debbano fischiare le orecchie agli abitanti delle comunità, oggetto di contorti discorsi di ecoturismo, dei quali devono essere capacitati, prima ancora che informati. Lo sviluppo è irrefrenabile, non ha confini, ma solo obiettivi. Sono però orgogliosa di poter essere parte di un ponte che cerca di difendere gli interessi e i diritti di chi non ha scelto di esservi inglobato, di chi ci si è ritrovato, per questo impreparato. Perché LVIA si è assunta una responsabilità non da poco nello scegliere di entrare all’interno di un gioco di poteri tra privato, governo nazionale e un attore internazionale, per fare le veci di una voce altrimenti troppo flebile per essere ascoltata. Come al solito il mondo si divide in oppressi ed oppressori e chi sta nel mezzo deve compiere delle scelte.

Mi sento di dire che LVIA ha compiuto una scelta coraggiosa, con le mille difficoltà che essa comporta.

Mariaelena Sciarra, servizio civile LVIA in Mozambico

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Il servizio civile in Albania: un’esperienza “OLTRE LE VENDETTE”

aprile 2012 : SCUTARI- ALBANIA

Da oltre quattro mesi ho iniziato la mia esperienza di servizio civile in Albania dove, grazie al primo progetto sperimentale approvato dall’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, collaboro con Lvia ed in sinergia con Operazione Colomba-Comunità Papa Giovanni XXIII (ente capofila del progetto) e Caritas Italiana a sostegno delle famiglie di Scutari e dintorni coinvolte nel fenomeno delle vendette di sangue.

Nello specifico mi occupo dell’ideazione e organizzazione di percorsi formativi e di inserimento al lavoro in ambito agricolo a beneficio di ragazzi e uomini sia “sotto vendetta”, ossia chiusi in casa per il rischio di venire uccisi in seguito all’assassinio, per mano loro o di un familiare, di una persona appartenente ad un altro fis (famiglia patriarcale allargata), sia che hanno emesso vendetta e, quindi, hanno espresso la loro intenzione di vendicare l’omicidio di un familiare attraverso l’uccisione di uno dei membri maschi del fis cui appartiene l’assassino.

L’idea di affrontare le problematicità che si generano a causa del ricorso alla gjakmarrja (vendetta di sangue) puntando sul reinserimento nel mondo del lavoro delle persone coinvolte nasce da diverse considerazioni. In primo luogo dalla necessità di offrire una piccola opportunità di affrancamento economico a famiglie che nella maggior parte dei casi non hanno nemmeno i mezzi per garantire un pasto quotidiano ai propri figli. In secondo luogo, agevolando l’accesso al lavoro, si intende promuovere la reinclusione nel tessuto sociale dei beneficiari. La possibilità di riscatto sociale ed economico che viene così sostenuta diviene un mezzo funzionale alla trasmissione di un modello di vita diverso, e spesso assolutamente nuovo rispetto al contesto in cui si opera, nel quale la violenza non è più un metodo appetibile o adeguato alla risoluzione dei conflitti interfamiliari ma, al contrario, risulterebbe il sistema più diretto per condurre nuovamente ad uno stato di isolamento, emarginazione e povertà. Al contempo, il costante supporto che viene garantito durante ogni fase di attuazione dei programmi formativi e di inserimento al lavoro, risulta uno strumento privilegiato per il raggiungimento di un grado di fiducia tale da consentire di affrontare il tema della riconciliazione, nel caso di persone sotto vendetta, e del perdono con persone che, invece, hanno emesso vendetta. Fino ad ora sono stati ideati tre programmi formativi individuali e personalizzati. Il primo, realizzato a beneficio di un ragazzo di vent’anni appartenente ad una famiglia che per sei anni si è vista costretta all’autoreclusione ma, dallo scorso anno, si trova invece nella posizione di dover emettere vendetta, riguardava la potatura della vite e delle piante ornamentali. Al termine della seconda settimana di attività tale percorso è stato tuttavia interrotto per volontà del beneficiario, il quale ha manifestato una serie di disagi psicologici molto più profondi di quanto si fosse potuto inizialmente immaginare. Il secondo programma consiste in un progetto formativo sull’apicoltura. Il beneficiario è un giovane capofamiglia di etnia magyp che, in seguito all’omicidio del padre per mano del vicino di casa, ha espresso l’intenzione sua e dei suoi fratelli di emettere vendetta contro l’assassino. Al termine del percorso, il ragazzo, disoccupato e con tre figli piccoli a carico, potrà continuare a gestire in maniera autonoma e responsabile le famiglie di api da lui curate durante la formazione. Parallelamente allo svolgimento di questo programma si è ritenuto necessario sostenere la sua partecipazione ad un corso di alfabetizzazione (il ragazzo non sa né leggere né scrivere) in modo da rendere maggiormente efficace il suo inserimento nel mondo del lavoro. Le lezioni si svolgono, con la cadenza di due volte a settimana, nel mio ufficio all’Lvia così viene facilitato il dialogo e l’instaurarsi di un buon rapporto di fiducia. Il terzo programma avrebbe riguardato la coltivazione e potatura dell’olivo, delle piante da frutto e delle piante ornamentali. Purtroppo questo percorso non è mai stato attivato perché il ragazzo cui era rivolto, nonostante avesse precedentemente manifestato molto entusiasmo rispetto alla proposta, il giorno in cui avrebbe dovuto iniziare le attività si è reso irreperibile. Quando, nei giorni seguenti, lo sono andata a trovare per avere dei chiarimenti riguardo al suo comportamento egli ha riferito di aver ricevuto un secco divieto da parte dei suoi familiari perché a detta loro sarebbe troppo rischioso per lui uscire di casa e recarsi quotidianamente al lavoro. Ciò, nonostante la famiglia si trovi ora nella posizione di dovere emettere vendetta.

A breve verrà invece attivato un progetto di sostegno alla produzione orticola familiare. Questo programma prevede l’insegnamento, da parte di un agronomo albanese e dell’ agronomo in servizio civile presso l’Lvia, di tecniche volte ad uno sfruttamento ottimale di piccole porzioni di terreno adibite ad orto. I beneficiari saranno 5 uomini che, non potendo uscire di casa, e quindi avere un lavoro che gli consenta di mantenere la famiglia, a causa della gjakmarrja, trovano nei prodotti coltivati nei fazzoletti di terra adiacenti alle loro abitazioni uno dei principali mezzi per sopperire al fabbisogno alimentare della propria famiglia. L’adesione al programma, oltre ad apportare alcuni vantaggi all’economia domestica di sussistenza, rappresenta un’importante occasione che gli uomini hanno per trascorrere alcune ore fuori dall’ambiente opprimente e claustrofobico di casa ed in compagnia di altre persone che vivono la stessa condizione di autoreclusione.

Elisa Nardelli, servizio civile LVIA in Albania