Il servizio civile in Albania: un’esperienza “OLTRE LE VENDETTE”

aprile 2012 : SCUTARI- ALBANIA

Da oltre quattro mesi ho iniziato la mia esperienza di servizio civile in Albania dove, grazie al primo progetto sperimentale approvato dall’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, collaboro con Lvia ed in sinergia con Operazione Colomba-Comunità Papa Giovanni XXIII (ente capofila del progetto) e Caritas Italiana a sostegno delle famiglie di Scutari e dintorni coinvolte nel fenomeno delle vendette di sangue.

Nello specifico mi occupo dell’ideazione e organizzazione di percorsi formativi e di inserimento al lavoro in ambito agricolo a beneficio di ragazzi e uomini sia “sotto vendetta”, ossia chiusi in casa per il rischio di venire uccisi in seguito all’assassinio, per mano loro o di un familiare, di una persona appartenente ad un altro fis (famiglia patriarcale allargata), sia che hanno emesso vendetta e, quindi, hanno espresso la loro intenzione di vendicare l’omicidio di un familiare attraverso l’uccisione di uno dei membri maschi del fis cui appartiene l’assassino.

L’idea di affrontare le problematicità che si generano a causa del ricorso alla gjakmarrja (vendetta di sangue) puntando sul reinserimento nel mondo del lavoro delle persone coinvolte nasce da diverse considerazioni. In primo luogo dalla necessità di offrire una piccola opportunità di affrancamento economico a famiglie che nella maggior parte dei casi non hanno nemmeno i mezzi per garantire un pasto quotidiano ai propri figli. In secondo luogo, agevolando l’accesso al lavoro, si intende promuovere la reinclusione nel tessuto sociale dei beneficiari. La possibilità di riscatto sociale ed economico che viene così sostenuta diviene un mezzo funzionale alla trasmissione di un modello di vita diverso, e spesso assolutamente nuovo rispetto al contesto in cui si opera, nel quale la violenza non è più un metodo appetibile o adeguato alla risoluzione dei conflitti interfamiliari ma, al contrario, risulterebbe il sistema più diretto per condurre nuovamente ad uno stato di isolamento, emarginazione e povertà. Al contempo, il costante supporto che viene garantito durante ogni fase di attuazione dei programmi formativi e di inserimento al lavoro, risulta uno strumento privilegiato per il raggiungimento di un grado di fiducia tale da consentire di affrontare il tema della riconciliazione, nel caso di persone sotto vendetta, e del perdono con persone che, invece, hanno emesso vendetta. Fino ad ora sono stati ideati tre programmi formativi individuali e personalizzati. Il primo, realizzato a beneficio di un ragazzo di vent’anni appartenente ad una famiglia che per sei anni si è vista costretta all’autoreclusione ma, dallo scorso anno, si trova invece nella posizione di dover emettere vendetta, riguardava la potatura della vite e delle piante ornamentali. Al termine della seconda settimana di attività tale percorso è stato tuttavia interrotto per volontà del beneficiario, il quale ha manifestato una serie di disagi psicologici molto più profondi di quanto si fosse potuto inizialmente immaginare. Il secondo programma consiste in un progetto formativo sull’apicoltura. Il beneficiario è un giovane capofamiglia di etnia magyp che, in seguito all’omicidio del padre per mano del vicino di casa, ha espresso l’intenzione sua e dei suoi fratelli di emettere vendetta contro l’assassino. Al termine del percorso, il ragazzo, disoccupato e con tre figli piccoli a carico, potrà continuare a gestire in maniera autonoma e responsabile le famiglie di api da lui curate durante la formazione. Parallelamente allo svolgimento di questo programma si è ritenuto necessario sostenere la sua partecipazione ad un corso di alfabetizzazione (il ragazzo non sa né leggere né scrivere) in modo da rendere maggiormente efficace il suo inserimento nel mondo del lavoro. Le lezioni si svolgono, con la cadenza di due volte a settimana, nel mio ufficio all’Lvia così viene facilitato il dialogo e l’instaurarsi di un buon rapporto di fiducia. Il terzo programma avrebbe riguardato la coltivazione e potatura dell’olivo, delle piante da frutto e delle piante ornamentali. Purtroppo questo percorso non è mai stato attivato perché il ragazzo cui era rivolto, nonostante avesse precedentemente manifestato molto entusiasmo rispetto alla proposta, il giorno in cui avrebbe dovuto iniziare le attività si è reso irreperibile. Quando, nei giorni seguenti, lo sono andata a trovare per avere dei chiarimenti riguardo al suo comportamento egli ha riferito di aver ricevuto un secco divieto da parte dei suoi familiari perché a detta loro sarebbe troppo rischioso per lui uscire di casa e recarsi quotidianamente al lavoro. Ciò, nonostante la famiglia si trovi ora nella posizione di dovere emettere vendetta.

A breve verrà invece attivato un progetto di sostegno alla produzione orticola familiare. Questo programma prevede l’insegnamento, da parte di un agronomo albanese e dell’ agronomo in servizio civile presso l’Lvia, di tecniche volte ad uno sfruttamento ottimale di piccole porzioni di terreno adibite ad orto. I beneficiari saranno 5 uomini che, non potendo uscire di casa, e quindi avere un lavoro che gli consenta di mantenere la famiglia, a causa della gjakmarrja, trovano nei prodotti coltivati nei fazzoletti di terra adiacenti alle loro abitazioni uno dei principali mezzi per sopperire al fabbisogno alimentare della propria famiglia. L’adesione al programma, oltre ad apportare alcuni vantaggi all’economia domestica di sussistenza, rappresenta un’importante occasione che gli uomini hanno per trascorrere alcune ore fuori dall’ambiente opprimente e claustrofobico di casa ed in compagnia di altre persone che vivono la stessa condizione di autoreclusione.

Elisa Nardelli, servizio civile LVIA in Albania

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