Voci dal field: urgenza acqua. Il progetto LVIA per le popolazioni più vulnerabili ad Halaba e Shashamane in Etiopia

(Halaba, Etiopia, Venerdi 13 luglio 2012).

Penultimo giorno di “field mission – missione sul campo”.

Siamo diretti ad Halaba, una cittadina a ovest di Shashamane, sulla strada per Soddo. Arriviamo verso per le dieci e ci mettiamo subito al lavoro con lo staff LVIA per aggiornarci sull’andamento del nuovo progetto di emergenza MAE e la pianificazione delle attività per i prossimi mesi. Si decide cosi, per il pomeriggio, di andare a visitare uno dei siti dove verrà implementato il progetto che tra i vari obiettivi mira anche alla fornitura di acqua potabile mediante la riabilitazione di pozzi e attraverso l’estensione di sistemi di distribuzione dell’acqua.

Dopo aver mangiato abbastanza bene nonostante sia un venerdì (giorno di digiuno e quindi i “mighib bet” – ristoranti – non servono carne ma solo piatti tradizionali fatti con verdure) e dopo un buon caffè tradizionale preparato da una signora sull’orlo della strada principale di Halaba, ci siamo inoltrati con due macchine per altri 2.5 km verso il villaggio di Kuffe.
Non si riesce a non notare la moltitudine di donne e bambini impegnati nella raccolta dell’acqua dai pochi rubinetti funzionanti, con grandi contenitori di plastica gialli e tutti concentrati a caricare l’acqua sui relativi carretti trainati da asini.

Sono donne e bambini che fanno come minimo tre ore di strada a piedi al giorno per raggiungere il punto acqua in modo da avere quel minimo necessario per cucinare e bere. Le più fortunate sono proprietarie dei gary (i carretti) che permettono loro di caricare più acqua e stancarsi di meno. Le altre invece devono caricarsi un contenitore di 25 chili e trasportarlo per tutto il tragitto fino ad arrivare a destinazione.

L’immagine di queste donne chinate, con un contenitore sulla schiena di quasi metà del loro peso, e quella di altre lungo il percorso, che con un barattolino raccoglievano la poca acqua piovana sporca di terra dall’orlo dell’asfalto, sono di certo immagini forti che ti fanno aprire gli occhi sulla gravità della situazione e sulla necessità di interventi immediati nell’area.
Dalla conversazione avuta con un gruppo di donne e uomini del villaggio è emerso come le donne non debbano solo fare tutta la strada a piedi ma una volta arrivate al punto acqua bisogna ancora aspettare per il proprio turno in quanto quel punto d’acqua è l’unico a disposizione per tutta l’area. Un contenitore da 20 litri viene pagato 50 centesimi di birr al comitato di gestione dell’acqua che si occupa di mantenere efficiente il sistema. Le loro preoccupazioni riguardano anche la salute dei bambini che, come abbiamo avuto occasione di notare da un bimbo nudo completamente coperto di polvere e terra, necessitano di educazione sulle norme igieniche di base.

Dopodiché il capo del villaggio ci propone di andare a visitare un piccolo punto di raccolta dell’acqua piovana a qualche chilometro di distanza. Durante il percorso è stato impossibile non scorgere un gruppo di uomini seduti all’ombra a masticare il chat, dunque capiamo che il venerdì e’ dedicato a questa attività essendo la prevalenza del villaggio di religione musulmana. Di nuovo, come la maggior parte delle volte, sono le donne che si devono prendere cura della casa, dei bambini e fare chilometri di strada per la raccolta di un po’ di acqua pulita.

Sicuramente il completamento del progetto offrirà a queste donne un sollievo in quanto permetterà loro di raccogliere acqua potabile da un altro punto del villaggio senza dover effettuare ore di strada a piedi e avrà un impatto positivo anche sui bambini in quanto contribuirà a migliorare le loro condizioni sanitario-igieniche che sono attualmente molto precarie.

Elisa Rossetto, Servizio Civile LVIA in Etiopia

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Viaggio di solidarietà con LVIA in Kenya: la testimonianza di una partecipante

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Casa, Italia, Occidente, le nostre abitudini, la routine, le sicurezze, tutto è rimasto qui ad attenderci; in fondo in questo tempo qui non è successo nulla; i soliti scandali politici, lo spread, qualche altra donna uccisa da un folle, le temperature record di ogni estate…

Mi sveglio ancora tal volta al mattino con qualche fuggevole traccia di un sogno in cui compare qualche viso dalla pelle scura. Mi ha molto colpito questo particolare, prima di questo viaggio non avevo mai sognato persone di colore.
Prima di questo viaggio i loro visi mi sembravano più o meno tutti uguali,  avevo si e no una decina di stereotipi dei loro visi, eppure ho  avuto amici, compagni di università, ho  persino una nipote di pelle scura. Ho fatto altri viaggi in Africa in precedenza ma ero una turista e non ho mai appreso neppure una loro parola prima, neppure la più ricorrente o banale.
Non sapevo il significato di musungo.
Mi sfuggivano i particolari delle loro espressioni, le tante forme dei loro visi; la sensazione di avere tutti i sensi all’erta nel  creare un delicato contatto con  bimbi incontrati casualmente lungo un infinito e assolato stradone dove i viaggiatori non si fermano mai…bimbi giunti guardinghi e curiosi da qualche remota capanna  lungo la statale, piccoli villaggi fuori da ogni meta turistica.
Bimbi incuriositi dal nostro bianco con le loro manine a toccare questi  nostri strani lisci capelli; vederli ridere tra loro che certo dovevano trovarci così buffi e strani, quasi alieni.
Ad essere diversi eravamo noi.
Noi ad essere osservati, scrutati, a sentirci  toccare le nostre mani e braccia nelle loro esplorazioni.
Non mi era mai capitato di sentirmi diversa  per qualche aspetto che ho sempre considerato banale o scontato per me e per i miei simili, da sempre.
Inevitabile immaginarmi lo choc che avranno loro la prima volta che mettono piede in occidente.
Loro che sanno molto meno di noi di quanto noi sappiamo di loro.
Noi che ci prepariamo ad un viaggio, compriamo la Lonely Planet e studiamo il percorso con Google map, possiamo sapere di loro quasi tutto.
Molti bimbi là erano felicemente sconvolti nel vedersi ritratti in una foto o in un video, forse per alcuni era la prima volta.
Là dove non ci sono tv. Neppure per noi.
Monica, partecipante al viaggio di solidarietà organizzato da LVIA a luglio in Kenya

“Settimo Obiettivo di Sviluppo del Millennio: una sfida ancora da vincere”

La mia esperienza di servizio civile in Burkina Faso é ormai cominciata da ben cinque mesi. Il tripudio di emozioni contrastanti dei primi giorni, la bellezza della scopertà accompagnata alla nostalgia di casa, stanno lasciando ormai il posto alla vita di tutti i giorni. Ziniaré adesso é casa per me e per la mia compagna “di avventura”. Il “paese degli uomini integri” ci ha accolto tra mille sorrisi al grido di “Nassara, nassara!”, che nel dialetto locale, il mooré, significa “bianca”.

La metà della popolazione del paese vive al di sotto della soglia di povertà e circa l’80 per cento del totale vive in un contesto rurale. Partendo da queste premesse si colloca l’impegno della LVIA in materia di accesso all’acqua potabile e ai servizi sanitari.

Finanziato dall’Unione Europea, il progetto al quale sto contribuendo « Appui à l’assainissement familial en milieu rural et au renforcement des capacités des collectivités locales pour une gestion durable du secteur eau et assainissement » è iniziato nel febbraio 2011, avrà una durata di 42 mesi e coinvolge la Regione del Plateau Central e del Centro-Ovest. Il Governo burkinabé ha posto la questione come priorità nazionale verso il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

L’azione consiste in attività di sostegno tecnico e finanziario alle popolazioni di 12 comuni rurali alla costruzione di 5 102 latrine di tipo ECOSAN. L’obiettivo generale si propone di aumentare, in maniera durevole ed uniforme, l’accesso ai servizi sanitari passando dal 6 al 40 per cento nei 150 villaggi coinvolti per un numero totale di 344 178 beneficiari. La tecnologia ECOSAN tenta di assolvere due problematiche del contesto rurale africano, predisponendo l’impiego degli escrementi come fertilizzanti per il miglioramento della produzione agricola dei terreni, impoveriti dalla costante degradazione, e diminuendo del 30 per cento la diffusione di malattie. Ad oggi 18.900 burkinabé muoiono di malattie direttamente imputabili alle malsane condizioni igienico-sanitarie, dei quali 15 400 sono bambini al di sotto dei 5 anni.

Focus del progetto é assicurare nel tempo efficacia e sostenibilità, investendo direttamente sul rafforzamento delle capacità delle comunità territoriali locali. Ci si auspica di assistere in un futuro, speriamo prossimo, ad una “piccola rivoluzione” culturale e comportamentale della popolazione burkinabé verso le pratiche igieniche. Molto resta da fare, soprattutto alla luce dei recenti studi, i quali hanno dimostrano che, il settimo Obiettivo di Sviluppo del Millennio, mirante a dimezzare, entro il 2015, la percentuale di persone prive di accesso sostenibile all’acqua potabile,  é ancora ben lontano dall’essere raggiunto.

Valentina Di Pietro, servizio civile LVIA in Burkina Faso