Agricoltura e startup: un agribusiness tech hub per i giovani in Senegal

dal sito ONG 2.0

Agricoltura e startup: un agribusiness tech hub per i giovani in Senegal

Il Senegal è un paese con tante possibilità.
Grazie alla sua stabilità politica e un buon sistema logistico di trasporti aerei che collega il paese con l’Europa, il Senegal rappresenta un importante polo di riferimento per aziende e organizzazioni in Africa occidentale, facendone un paese in forte sviluppo, come dimostrano le statistiche dell’Agenzia nazionale della statistica e della demografia del Senegal (ANSD), con una una crescita economica del 4,3% nel 2014, rispetto al 3,5 % del 2013.
L’agricoltura, considerata come leva strategica per lo sviluppo del paese dal presidente Macky Sall, si appresta a essere un settore fondamentale dei prossimi anni, sopratutto per quanto riguarda l’innovazione tecnologica nell’ambito della trasformazione dei prodotti locali e la commercializzazione.

Le prospettive di crescita economica tramite l’agricoltura
In Senegal l’agricoltura impiega il 51% della popolazione maschile, includendo una produzione molto variegata di frutta, verdura e cereali, nonostante un alto tasso di prodotti alimentari importati, dove la Francia si colloca come primo esportatore, con il conseguente aumento del consumo di prodotti importati a discapito di quelli locali. Per risolvere a queste e altre problematiche legate all’agricoltura del paese (per esempio il cambiamento climatico, il deficit di infrastrutture e un debole e inadatto sistema di finanziamento del settore) lo Stato del Senegal, nel quadro del Plan Sénégal Emergent ha lanciato il Programme d’Accélération de la Cadence l’Agriculture du Sénégal (PRACAS), il programma dedicato all’agricoltura che si pone l’obiettivo di rilanciare il settore primario e conferirgli un ruolo fondamentale per la crescita economica, la sicurezza alimentare e la riduzione della povertà.
Per quanto riguarda l’innovazione digitale, le ICT (Innovation and Communication Technologies) sono ugualmente considerate punti di crescita per la creazione di ricchezza e di occupazione da parte del governo del Senegal, rappresentando circa il 10% del PIL nel 2012 e, secondo le previsioni della Stratégie de Croissance Accélérée (SCA), il 15% del PIL entro la fine del 2015 (OPTIC, 2012).

Il nostro progetto: sensibilizzare i giovani nell’agribusiness sostenibile tramite l’innovazione digitale
Sono i giovani a poter cambiare le sorti dell’agricoltura del Paese.
Insieme all’ong LVIA, io e altri quattro giovani senegalesi (tre ragazzi e una ragazza) lavoriamo da ottobre nell’implementazione di un progetto locale che ha come obiettivo la promozione dell’imprenditoria giovanile in agricoltura tramite le ICT. L’iniziativa si realizzarà nella regione e città di Thiès, centro urbano a 70 chilometri da Dakar che rappresenta un importante polo rurale del paese e che racchiude numerose sedi di associazioni, strutture e centri di formazione sull’agricotura e sviluppo rurale.
Tra le tante, l’ASPJ (Association pour la sauvegarde et la promotion de la Jeunesse) è una associazione locale di Thiès che è partner di LVIA per il progetto JEUNAP promosso dal Consorzio Ong Piemontesi (COP) e dalla Regione Piemonte. L’ASPJ è impegnata dagli anni Ottanta nell’implementazione di attività per i bambini di strada e ha costruito recentemente un centro di formazione per i giovani in agricoltura e sviluppo sostenibile, con l’obbiettivo di spingere i giovani a creare delle imprese sostenibili nel settore dell’agricoltura e dell’allevamento.
Il progetto che porto avanti con LVIA rientra all’interno dell’Innovation Factory, un programma internazionale promosso dalla GIZ e commissionato dal Ministero tedesco per la cooperazione economica e lo sviluppo (BMZ), che ha l’obbiettivo di supportare progetti innovativi locali che utilizzano le nuove tecnologie e che agiscono nel campo della salute, dell’ambiente e dell’agricoltura.

Il Senegal, insieme all’Etiopia, all’Indonesia e alla Germania, riceveranno il supporto tecnico e finanziario per sviluppare dei progetti che vedono l’impiego, sotto diversi aspetti e finalità, delle ICT per promuovere l’agricoltura.
L’obiettivo generale del nostro progetto è l’apertura di un Agribusiness Tech Hub a Thiès, uno spazio di sensibilizzazione dei giovani all’imprenditoria in agricoltura tramite l’utilizzo di strumenti innovativi come le ICT. Lo spazio rappresenterà un punto di riferimento per i giovani interessati al settore, che avranno a disposizione uno spazio di co-working per lavorare e sviluppare nuove idee imprenditoriali innovative nel settore dell’agribusiness, agricoltura, pesca e allevamento.
A livello operazionale è stato creato un Core team del progetto, composto da me, due sviluppatori web, un blogger/agronomo e un esperto di logistica e, insieme, stiamo formando una Community, un gruppo di 15 giovani esperti in diversi settori come l’informatica, il marketing e la comunicazione, l’agronomia e veterinaria, la progettazione, l’agricoltura biologica e la trasformazione dei prodotti locali.

I membri della Community che discutono durante la pausa pranzo

I membri della community che discutono durante la pausa pranzo

La ricchezza di avere un gruppo multidisciplinare permetterà di affrontare in maniera originale diverse problematiche locali identificate nel settore primario nella regione di Thiès, col fine di trovare delle soluzioni innovative integrando diverse conoscenze all’informatica e allo sviluppo web. In particolare, l’idea è quella di coinvolgere la Community in tre gruppi di lavoro che lavoreranno su tre tematiche identificate attraverso un processo partecipativo e che potranno essere la base per la nascita di nuove startup: la produzione e la commercializzazione del latte fresco, l’accesso alla terra e la commercializzazione/promozione dei prodotti locali e biologici.

Come le ICT possono trovare delle soluzioni innovative a queste tre tematiche ed essere applicate a una fase specifica della catena di valore dei diversi prodotti?

E’ quindi l’innovazione, insieme ai principi di una agricoltura sostenibile, dell’impresa sociale e dell’agroecologia, a rappresentare la visione generale del nostro progetto e gruppo di lavoro, in cui i giovani hanno un ruolo determinante nell’apportare il nuovo al tradizionale nel rispetto di uno sviluppo locale e sostenibile.
Seguiteci nei prossimi post per nuovi aggiornamenti!

Come le ICT possono trovare delle soluzioni innovative a queste tre tematiche ed essere applicate a una fase specifica della catena di valore dei diversi prodotti?

E’ quindi l’innovazione, insieme ai principi di una agricoltura sostenibile, dell’impresa sociale e dell’agroecologia, a rappresentare la visione generale del nostro progetto e gruppo di lavoro, in cui i giovani hanno un ruolo determinante nell’apportare il nuovo al tradizionale nel rispetto di uno sviluppo locale e sostenibile.

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Il cantiere “Cittadini del villaggio globale 2015”: le aspettative amplificate

tavola

La tavolata dei paesi ricchi.

pranzo dei popoli africa

Razione di cibo assegnata a chi rappresentava l’Africa.

Il cantiere ” I Cittadini del villaggio globale” organizzato da LVIA Sicilia, capitanata da Vito Restivo, come ogni anno non ha deluso. Nel bellissimo parco delle Madonie, appena sopra alla città di Castelbuono, dal 24 al 27 agosto, 12 ragazzi siciliani e piemontesi hanno condiviso giorni di intenso lavoro sul tema dominante di questo 2015:

il cibo e la distribuzione delle risorse nel mondo.
E così, mentre l’EXPO di Milano si faceva vetrina delle multinazionali del “food”, in tutta la loro pomposità, i “cittadini del villaggio globale” digiunavano, mettendosi nei panni anche di quella parte di mondo in cui il cibo veramente manca. Il cosiddetto “pranzo dei popoli” è uno degli strumenti educativi informali utilizzati dagli animatori durante il cantiere per far provare ai ragazzi, sulla propria pelle, la sensazione di sconcerto e ingiustizia nel vedere come una bella tavola colma di ogni bene, non riesca a soddisfare i bisogni di tutti a casa dell’iniqua distribuzione.

Durante i quattro intensi giorni, i ragazzi hanno partecipato allo sviluppo di un’idea partendo dall’analisi dei problemi di sovra sfruttamento e ingiustizia legati al cibo, muovendosi attraverso le testimonianze di persone esemplari, e giungendo infine alla risposta che un altro mondo è possibile, a cominciare da me stesso.

NOI CITTADINI DEL MONDO

gioco fiducia

Due ragazze del cantiere fanno un gioco sulla fiducia.

Nel clima di convivialità tipico di chi vive all’aria aperta, nell’essenzialità di chi fa a meno dell’elettricità, i 12 giovani si sono conosciuti, hanno provato a fidarsi l’uno dell’altra da completi estranei, e hanno condiviso il cibo insieme per la prima volta. Hanno giocato a capire quali sono i conflitti interni e quelli esterni che creano lo scontro, sempre secondo la filosofia secondo cui il cambiamento deve avvenire prima dentro se stessi.  

Fra Domenico con i giovani

Fra Domenico spiega ai ragazzi l’enciclica di Papa Francesco


Hanno parlato di natura e dell’enciclica di Papa Francesco
insieme a Padre Domenico Spatola, un incredibile Frate Cappuccino, insegnante di armonia e composizione al conservatorio di Palermo, nonché teologo illuminato e illuminante. Quello che più colpisce è l’estrema semplicità e umanità che ritorna nei discorsi del
Pontefice e che appartiene da sempre al Vangelo di Gesù, ma che è stata spesso sorpassata da una complessità aggrovigliata che ci lega. È bello sentire, soprattutto per dei ragazzi, un dotto frate mettere in discussione i precetti “classici” della chiesa, a favore di un approccio più umano e umanizzante, di cuore e di coscienza. La stessa coscienza che ci viene chiesta di mettere in gioco quando pensiamo alla natura, sia come creato che come bene comune, e alla sua salvaguardia. Il discorso ha poi preso piede con il contributo di Padre Lorenzo Marzullo, che è stato assistente durante tutto il campo, missionario in Ecuador per anni e ora tornato a Castelbuono, dove lavora in particolare con i giovani, cercando di colmare le difficoltà della città nell’occuparsi di loro, e istituendo un osservatorio psicologico.

LA NATURA BENE COMUNE

Prof. Schicchi

Prof. Schicchi, botanico alla facoltà di agraria di Palermo, mentre ci mostra un fungo.

La Roverella

La Roverella, la quercia millenaria del Parco delle Madonie

Collegandoci al tema della natura come bene comune da difendere e salvaguardare, il Prof. Schicchi, botanico alla facoltà di agraria di Palermo, ha accompagnato i ragazzi in una passeggiata alla scoperta della biodiversità che caratterizza il parco delle Madonie e rende l’Italia un caso unico in tutta Europa. Ad ogni passo in avanti era possibile notare specie vegetali diverse di cui il Professore sapeva raccontare origini e utilizzi. Piante medicinali, aromatiche, con proprietà eccezionali, velenose, dai frutti coloratissimi e fiori profumanti. In particolar modo il professore ha voluto soffermarsi più a lungo di fronte alla millenaria quercia, la Roverella, che veglia su Castelbuono dall’alto della sua posizione. Un essere vivente che è sopravvissuto a più di mille anni di storia siciliana, con tutte le sue invasioni e mutazioni, che dalla punta su cui svetta, ha visto fiorire la civiltà, ma anche il degrado. L’uomo, a volte, sembra essersi dimenticato della bellezza gratuita che lo circonda, ma la Roverella si erge a ricordarci che le piante e gli animali sono forti, ed essenziali alla vita dell’uomo che se continua sulla via dello sfruttamento a tutti costi, non le sopravvivrà.

IL LINGUAGGIO DELLA MUSICA

tamburi

Santo Vitale, membro dell’associazione Jambo Sana di Palermo, insegna ai ragazzi a suonare i tamburi.

Proseguendo il viaggio i “cittadini globali” hanno incontrato Santo Vitale, il signore dei tamburi! Appartenente al gruppo di musica africana Jambo Sana, è un percussionista e costruttore di tamburi africani che, insieme alla sua associazione, si occupa di intrattenimento, animazione e spettacoli. Ha fatto visita al campo base, carico dei suoi tamburi e di tanta pazienza. È stata un’occasione per sperimentare la comunicazione che non necessita di parole, ma solo di ascolto e suono. Un linguaggio universale che è stato utile anche il giorno successivo, quando i ragazzi hanno fatto visita ai migranti di Isnello.

UN ALBERGO DIVENTA UN CENTRO DI PRIMA ACCOGLIENZA

Un albergo a quattro stelle immerso nel verde, non lontano da Castelbuono, a metà tra il mare e la montagna. Piscina, due campi da calcio, sale da pranzo eleganti e troppi pochi clienti. Così l’Hotel Piano Torre è diventato centro di prima accoglienza per i migranti in attesa di essere dichiarati “meritevoli” del permesso per motivi umanitari oppure no. Grazie alla disponibilità, e all’interesse, degli albergatori, i giovani migranti sono ospitati in condizioni dignitose, ma come in qualunque altro centro di prima accoglienza, per gli 8-12 mesi successivi non possono muoversi liberamente né lavorare o ricevere formazione se non con i necessari permessi e accompagnati da operatori volenterosi, cosa ancora più difficile se il centro si trova abbarbicato sulle colline castelbuonesi, troppo distante dalle prime città per potersi muovere a piedi.

Centro di prima accoglienza di Isnello

Musica e canti nel giardino dell’Hotel Piano Torre, ora centro di prima accoglienza di Isnello (PA).

Nonostante ciò, i giovani “cittadini globali” hanno portato un momento di animazione condividendo i tamburi, portando canzoni e balli tipici o improvvisati, contraccambiati dagli ospiti del centro con racconti delle loro storie, sogni e speranze. Alcuni dei giovani ragazzi del centro, quando erano in Africa, per certi aspetti vivevano situazioni simili a quelle dei giovani italiani: vivevano in grandi città, lavoravano o studiavano con la prospettiva di una vita migliore. Quando è stato chiesto loro di proporre un canto o una danza tradizionale nessuno ha saputo cosa fare perché la musica che ascoltavano loro a casa era la stessa che passa oggi alle nostre radio. Per questo è stato facile immedesimarsi nei panni di coetanei che però, a differenza dei visitatori, hanno provato la sofferenza di dover lasciare la propria casa a la propria famiglia trovatasi in condizioni di vita sempre più difficili, con i movimenti estremisti in crescita a minacciare la sicurezza fisica delle persone e l’instabilità della situazione politica, tutto per inseguire un futuro ideale, incerto e distante quanto il viaggio della speranza. Un’esperienza toccante che ha fatto molto riflettere sulla fortuna casuale che hanno tutti i cittadini europei ad essere nati in questa parte di mondo, e sul senso di umanità che dovrebbe accomunarci, superando logiche puramente economiche e di potere.

IL CORAGGIO DELLA VERITÀ

Rimanendo sul tema del coraggio è stata veramente toccante e significativa la testimonianza di Angela Manca, residente a Barcellona Pozzo di Gotto, una visita per cui è valsa la pena viaggiare per due ore tutti pigiati in un pullmino da 9 posti.

Foto di gruppo alla casa di Angela Manca

Foto di gruppo alla casa di Angela Manca, a Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

Nella bruttura di un paese dove regna l’omertà, si erge a testa alta la madre di un ragazzo, scomparso in circostanze equivoche nel 2004. Una storia in cui la verità non è ancora emersa, nonostante i faticosi sforzi della famiglia, anche a causa di omissioni e depistaggi messi in atto proprio da coloro che la giustizia dovrebbero perseguirla. Uno dei tanti casi in cui i poteri che agiscono da dietro le quinte, sono tanto grandi da implicare la collusione dello stato con la malavita. Ma è proprio in questo contesto che emerge il coraggio e la speranza di persone fuori dal comune, che non perdono la fiducia e si dedicano anima e corpo alla ricerca della giustizia e al dialogo con i giovani.

Come Angela Manca o Renato Accorinti, sindaco di Messina.

Renato Accorinti

Renato Accorinti, sindaco di Messina, nei suoi soliti panni da attivista.

Anche lui, nato come attivista per i diritti civili, dell’ambiente e della lotta alle mafie, dedito alle cause di interesse pubblico, rappresenta uno di quegli esempi virtuosi di politica che nasce dal basso e che vince contro i colossi del bipolarismo. Candidatosi in un lista civica in seguito alla sollecitazione da parte della gente, ha vinto le elezioni nel 2013 ed ora si fa portavoce dei cittadini, perseguendo quelle cause di giustizia, portate avanti con lo stesso stile di quando non era sindaco. Al grido di “cambiamo Messina a partire dal basso, da ognuno di noi!” Renato ha parlato ai giovani “cittadini globali” con una convinzione e un carisma tali da non lasciare dubbi a ciò che fin dal principio era stato il senso del campo: capire che il cambiamento deve partire da ognuno di noi, inseriti nel nostro ambiente di lavoro, di amicizie, di tempo libero, ma dove le singole cose non sono compartimenti stagni. L’essere cittadini e “fare politica” sono condizioni di base del nostro vivere nella società, che non devono essere relegate al momento del volontariato o della manifestazione in piazza. Tornando al discorso iniziale, il bene comune è la somma dei beni singoli, e il cambiamento positivo a cui aspiriamo non può che partire da ognuno di noi.

IL MANDATO: ESSERE CITTADINI

Con questo “mandato” e speranza si è concluso il cantiere, esperienza unica nel suo genere, in grado di unire le persone da un senso di fratellanza umana, far conoscere casi esemplari positivi che difficilmente emergono in un contesto in cui si parla solo di emergenza, stimolare quel senso di appartenenza che ci porta a sentirci responsabili e ad agire in nome di un più grande bene comune.

Foto di gruppo

Alcuni dei ragazzi che hanno partecipato al cantiere posano per una foto di gruppo.

Autore: Alessia Mottura

Photo credits: Elisabetta Guarraia

Una giornata sul campo con gli apicoltori in Tanzania

Preparando una visita sul campo: i ritmi africani ai quali (ancora) faccio fatica ad abituarmi!

Ci si alza la mattina, da veri piemontesi, più o meno scattanti al suono della sveglia che trilla all’alba. Doccia non gelata ma fresca – fresca passando in rassegna (illusi) tutte le cose che si sono metodicamente programmate per la giornata. Si prepara lo zaino per andare in villaggio (crema solare, borsa delle medicine, bottiglia dell’acqua, occhiali da sole, quadernetto a fogli gialli a righe, secondo telefono per le emergenze, ricambio perche’ non si sa mai), si arrotola ormai con maestria la zanzariera a baldacchino sul letto tutto arruffato e poi fuori, a passi lenti sulla terra umida, direzione cucina, per un italianissimo caffe’ senza il quale nessun mzungu walivia (=bianco di LVIA) puo’ iniziare la giornata come si deve.

L’orologio segna le otto. L’illusione di una giornata pianificabile e pianificata a dovere fa da padrona in questa fresca e sorprendentemente verde mattinata di Kongwa. La chiave gira due mandate nella porta dell’ufficio, che per via del legno che si espande con il cambiamento della temperatura fatica ad aprirsi. Gli autisti, i facilitatori, la segretaria, il contabile, l’ingegnere poco alla volta passano alla mia scrivania per il buongiorno: Mtoto, habari za asubhui?” (= “bimba, come stai stamattina?”). Sono la piu’ giovane, e come tale fin da subito ribattezzata ‘bambina di LVIA’, diventando mtoto’ di tutti. “Nzuri” (= ”Bene”), la risposta qui e’ sempre positiva, non puo’ essere diversamente, se proprio gira male al massimo si può aggiungere un “però…”, ma al saluto si ribatte sempre col sorriso.. “Umeamka salama?” (= “Ti sei svegliata bene?”), “Safi cabisa” (= ”Molto bene”): ora che il caldo ha mollato, si dorme d’incanto, di nuovo col lenzuolo e certe volte addirittura con la copertina. “Hai sentito la pioggia stanotte?”. Non si parla d’altro, siccità da aprile a dicembre equivale automaticamente ad un’autorizzazione esplicita, più che giustificata, a parlare del tempo per almeno tutta la stagione. Si organizza insieme la giornata lavorativa  per chi rimane nel compound  e poi pronti per le attività nel villaggio.

154Wilfred, l’autista tuttofare, giornale sul cruscotto del pickup 4×4, molto professionale con la cintura allaccita, abbassa un poco il bongo-flava alla radio sulla strada sterrata che porta a Mbande. Tira su il finestrino per evitare che tutta la polvere rossa sollevata dal dalla dalla (=pullmino cinese scassato piuttosto malridotto, dalla capienza infinita – meglio della borsa di Mary Poppins – che collega Mbande, ai villaggi circostanti) che ci passa accanto entri in macchina e ci ricopra come delle fettine impanate. Wilfred mi chiede: Sara, leo tuende wapi? (= “Oggi dove andiamo?”). “Andiamo al villaggio di Msunjilile, distretto di Kongwa.” Terminiamo il primo round del follow up al progetto CEI sull’apicoltura che stiamo realizzando con la Diocesi Cattolica di Dodoma-Caritas, partner storico di LVIA. A meta’ strada ci aspetta il consulente di DOBEC, la cooperativa di apicoltori di Dodoma che ha gia’ supportato le attivita’ LVIA nel corso del progetto. Alle nove e mezza dovremmo iniziare le attivita’ con gli apicoltori del villaggio.

Tutto sembra procedere come da piani. Poi arriviamo a Msujilile, in una piazza che rimane impressa, tanto e’ grande il baobab che vi spadroneggia. La troviamo deserta, se non fosse per il VEO, l’autorità amministrativa di villaggio, che invece è  lì ad aspettarci, cavalcioni sulla moto, con il classico “Pole (= mi dispiace), gli apicoltori sono un po’ in ritardo”, che in altre parole significa “Dio solo sa quando arriveranno”. Quindi ci rassegniamo ai tempi africani aspettando sulla panchina del Centro di Raccolta del Miele che LVIA, UFUNDIKO (ong locale costituita dagli ex tecnici LVIA) e gli apicoltori hanno realizzato con il cofinanziamento CEI.

La gente e’ nei campi. Sulla strada li abbiamo visti: donne con la zappa sulle spalle, un bimbo arrotolato in un drappo variopinto sulla schiena, a pedalare su una strada terrosa e melmosa in cui si affonda; aratri trainati da animali con lunghe corna dalla forma allungata, come nei racconti dei miei nonni, seguiti da una processione di seminatori che danno il ritmo a quella fatica sotto il sole. La stagione delle piogge e’ una sola e anche molto breve: quando arriva, arriva. Tutti a lavorare la terra, tutti a prendere al volo quest’unica occasione che l’anno nuovo porta in una regione semi-arida come quella di Dodoma.

Il progetto Apicoltura: non so se apicoltori–acrobati si nasce, ma qui di sicuro lo si diventa!

apicoltori_saraAlle 11.30, quando buona parte del gruppo degli apicoltori si e’ riunito, si comincia. Ci si saluta, ci si presenta, ci si ringrazia a vicenda per la volontà di lavorare insieme. Oggi si discute, in modo partecipato, di quello che e’ lo stato attuale dell’attività mellifera, in senso ampio, di quelli che sono stati i risultati del progetto CEI appena concluso e di quelle che sono state, e sono ancora, le sfide aperte che insieme intendiamo affrontare nei mesi a venire.

A Msunjilile, come negli altri due villaggi interessati dal progetto, si lavora in gruppo: è sicuramente una bella scommessa, ma insieme, congiungendo ed armonizzando gli sforzi e le risorse, i resultati sembrano essere piu’ vicini. Pero’ i problemi non mancano, andare d’accordo non e’ cosa semplice: 20 persone, 14 uomini e 6 donne (una delle quali coordinatrice del gruppo), 50 arnie topbar con le quali prendere confidenza perche’ diverse da quelle tradizionali, un clima non favorevole (poca acqua, siccità,quindi niente fioriture fino a un paio di settimane fa e sciamature che ritarderanno fino al mese prossimo), parassiti molto aggressivi di cui non e’ facile liberarsi, macchinari e tecniche per la lavorazione del miele tutte da studiare e da imparare. Pero’ e’ una sfida che si intende giocare ed e’ per questo, appunto, che si e’ pronti a lavorare insieme.

L’attività non può essere completa, ovviamente, senza una visita ai siti in cui le arnie sono state posizionate. Questo e’ uno spettacolo per chi, come me, pensando alla parola “apicoltura” si immagina una serie di casette ordinate, tutte in fila, allineate all’ombra di un fruttetto fiorito. Ebbene, in Tanzania non e’ cosi’.

apicoltori_arnie_alberiImmaginate distese piu’ o meno pianeggianti di terra rossa  sulla quale, in questo periodo, si stende un velo di erbetta verdissima. Immaginate una corona di verdi colline che tracciano un sinuoso confine tutto intorno. Immaginate enormi baobab, ora pieni di foglie, che troneggiano come isole di ombra di tanto in tanto in questo paesaggio di savana. Immaginate qualche casa di terra cruda sparsa qua e là e qualche bambino con le capre al pascolo. A questo punto pensate ad un’arnia topbar, che non e’ nient’altro che una scatola di legno molto simile a quelle che anche in Europa siamo abitutati a vedere, solo un po’ piu’ stretta ed allungata. Bene, ora posizionatela sul baobab ed il quadretto e’ perfetto.

Che ve ne pare? Una distesa surreale di alberi di Natale, con casette bianche penzolanti e, vi assicuro, la proporzione abete/palline – baobab/arnie è più che rispettata.

apicoltori_arnieNon so se apicoltori-acrobati si nasce, ma sicuramente qui lo si diventa. Il miele trova un ampio mercato ed offre alla popolazione locale un’opportunità per generare reddito in uno dei contesti socio-economici tra i più difficili della Tanzania dove il 56,7% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Se poi, grazie ad uno sforzo combinato tra i cosiddetti “Nord e Sud del mondo” si riesce, lavorando insieme, a perfezionare la tecnica ed aumentare la produzione di questo alimento,  allora e’ una scommessa che va fatta.

Sara Tesio – Servizio Civile LVIA in Tanzania