Il primo viaggio in Africa: quindici giorni per cambiarti la vita

L’Africa travolge senza dare la possibilità di selezionare ciò che vorrai ricordare

Sono passati ormai mesi dal mio ritorno dall’Africa eppure mi sembra ieri. Mi sembra ancora di riuscire a sentire l’odore della terra secca, cercando il suo colore rosso tra il triste grigio dell’asfalto. Mi alzo ogni mattina con la voglia di un po’ di silenzio, ma ciò che trovo è solo confuso rumore. È questo il tanto famoso “mal d’Africa”? Può essere. Ricordo il mio viaggio con una precisione sensazionale. D’altronde, come potrei mai dimenticare qualcosa? L’Africa travolge senza dare la possibilità di selezionare ciò che vorrai ricordare e allora, per non dimenticare, devi prendere tutto. E io ho preso tutto: l’ansia e l’entusiasmo, la gioia e la paura, la diffidenza e la fiducia. Non voglio scrivere di quanto sia bella l’Africa… chi c’è già stato lo sa, chi non c’è stato lo immagina.

Come quindici giorni in Africa possono cambiarti la vita?

Voglio  scrivere di come quindici giorni in Africa possono cambiarti la vita. In realtà è iniziato tutto a  Palermo: l’organizzazione del viaggio e i preparativi hanno incrementato la nostra voglia d’Africa e ci hanno resi sempre più coscienti di ciò a cui andavamo in contro. Eppure, per quanto tu possa immaginare, per quanto tu possa cercare di prepararti, quando poggi il primo piede sulla terra del continente nero, ti rendi conto di non essere mai abbastanza pronto. Che fare allora? Sorridere. Si perchè ciò di cui si ha più bisogno in Africa è il sorriso. Il sorriso dei bambini, degli adulti, di chi è con te. E proprio questo sorriso, il nostro gruppo di viaggio, se l’è portato dietro sempre: da Kongwa a Dar es Salaam. Dopo le prime dieci traumatiche ore di strada su un dalla-dalla, abbiamo fatto la splendida conoscenza di Emanuela e Martina. Due ragazze sensazionali, volontarie della L.V.I.A., che ci hanno accompagnato nel nostro primo approccio con questa cultura totalmente differente.  Loro, insieme ad Italo, sono state due figure estremamente importanti nel nostro viaggio. Mi chiedo come sarebbe stato senza di loro… in realtà non credo di voler conoscere la risposta. Sono stati un’esempio di vita per me. Due ragazze, giovani e belle, in un periodo tanto emblematico della loro vita, hanno deciso di dedicare una spessa fetta della loro esistenza ad un progetto nel quale credono fermamente. Questa cosa mi ha profondamente toccato. Nel momento in cui ci si chiede chi essere nella vita, piombano nella propria esistenza due figure del genere. La mia stima nei loro confronti, e nei confronti di chi come loro, è inesprimibile.

Ogni  villaggio: un’esperienza di vita unica e irripetibile

Dicono che il viaggio sia la meta, probabilmente è così. Non è importante dove siamo arrivati, ma come… ogni singola tappa, ogni villaggio ci ha insegnato qualcosa che nel complesso perderebbe il suo autentico valore. Ogni villaggio è stato un’esperienza di vita, unica e irripetibile, che ci ha permesso di costatare quanto importante sia il fare bene per fare del bene. E in questo i volontari sono stati bravissimi. Probabilmente il loro lavoro è una goccia in un oceano, ma per sanare le lacerazioni nel sistema sociale africano c’è bisogno di molto di più che una validissima squadra di associazioni e volontari. Un proverbio africano però, ci ricorda che ogni baobab ha per genitore un piccolo seme. Quando potremo raccogliere i frutti allora di quanto si continua a seminare? A giudicare dagli sguardi incontrati sulla nostra strada, molto presto. La voglia di fare e di vita che esprimono i volti incontrati per strada io non l’ho mai vista. Nemmeno in Italia, nemmeno sul volto della persona più benestante al mondo. E in questo consiste la straordinarietà dell’Africa, nel sapere apprezzare la semplicità delle piccole azioni con la certezza che esse diventeranno grandi.

Iringa e Pomerini: la dedizione per i bambini

Dopo aver trascorso una settimana nei pressi di Kongwa, visitando i villaggi in cui erano state realizzate opere idriche con i fondi raccolti tra il 2011 e il 2012, ci siamo spostati ad Iringa. Altra esperienza sensazionale: abbiamo conosciuto Lucio e Bruna, due pensionati bolognesi che alle partite di burraco hanno preferito istituire un centro di accoglienza per bambini disabili. Essi difatti vengono allontanati dalla famiglia, perchè ritenuti vittime di stregoneria, e costretti a mendicare in strada abbandonati a se stessi. La pazienza e la dedizione di questa splendida coppia ha restituito la dignità che era stata tolta a questi bambini, garantendo loro le cure necessarie e l’affetto di una famiglia. Da Iringa ci siamo spostati a Pomerini, dove abbiamo fatto la conoscenza di fra Paolo, missionario italiano che da più di dieci anni dedica la sua vocazione ai bambini sordomuti. Su modello del progetto di Lucio e Bruna, con l’aiuto di volontari ha costruito un centro di riabilitazione frequentato da tantissimi piccoli pazienti che vengono educati e aiutati per affrontare nel migliore dei modi il loro handicap. Ciò che più colpisce di più di fra Paolo non è il suo carisma, non è la sua bontà… sono i suoi piedi. Due piedi che rifiutano le scarpe, che non vogliono portare alcuna calzatura. Due piedi scalzi, scalzi come quelli dei bambini. Due piedi che hanno fatto tanta strada, e tanta gliene auguro di fare. Due piedi che non conoscono riposo, che si muovono il giorno come la notte sui pedali di un automobile che all’occorrenza diventa ambulanza, che corrono veloci verso chiunque abbia bisogno d’aiuto. Fra Paolo non è un medico, ma ha imparato ad esserlo: il villaggio non dispone di alcun ospedale, di alcun centro sanitario, e nel momento del bisogno è lui che mette a disposizione di chiunque le sue conoscenze. La gratuità di quest’uomo non conosce eguali.

Ultima tappa, Zanzibar: che abisso

Lasciato Pomerini ci siamo spostati verso Dar es Salaam, dove siamo stati ospitati presso la sede del COPE. È stata l’ultima tappa del viaggio nella vera Africa, da lì infatti ci siamo poi spostati verso Zanzibar per cinque giorni di pura vacanza. È stato quasi un trauma passare dalla povertà più assoluta dei villaggi al lusso sfrenato di una località turistica. Eppure, anche li abbiamo trovato qualcosa di unico… la gentilezza di coloro che offrivano qualsiasi servizio per potersi guadagnare da vivere, la loro totale disponibilità verso qualsiasi capriccio di turisti da tutto il mondo, la loro pazienza nell’imparare un po’ di tutte le lingue. Tirando un po’ le somme, è questo il vero splendore dell’Africa: la sua dinamicità, la voglia di vita che trasmette, l’entusiasmo, la speranza che un giorno anche per lei arriverà la pace e la gloria che tanto si merita.

Federica Restivo, al ritorno dal viaggio di solidarietà in Kenya con LVIA, svoltosi nel luglio 2012

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